#equivalenza

Il termine “biosimilare” indica un medicinale simile a un farmaco biologico di riferimento già autorizzato e per il quale sia scaduta la copertura brevettuale. È però proprio l’aggettivo “simile” l’epicentro del dibattito scientifico e regolatorio sull’argomento.

La peculiarità dei farmaci biologici (e quindi anche dei biosimilari) consiste infatti nell’essere sintetizzati a partire da organismi viventi mediante tecniche di ingegneria genetica. Questo comporta una significativa eterogeneità nei processi di sintesi e produzione (differenze rispetto alla cellula ospite utilizzata, ai plasmidi impiegati per transfettare/infettare la cellula ospite, alle metodologie di trasferimento del materiale genetico preposto all’espressione della proteina voluta, diverse condizioni di crescita e fermentazione, diverse metodiche di purificazione). Ciò comporta per le operazioni di controllo della qualità dei farmaci biologici la necessità non solo di una serie di esami fisico-chimico-biologici ma anche di indicazioni sul processo di produzione. Dall’assioma “the product is the process” (il processo produttivo caratterizza e diversifica il prodotto) infatti consegue che la stessa molecola ottenuta da aziende diverse (o dalla stessa azienda con diversi processi produttivi) può presentare differenze strutturali significative e quindi differenti caratteristiche di sicurezza ed efficacia.

Altra caratteristica fondamentale dei farmaci biologici è la loro immunogenicità: queste molecole possono indurre una reazione immunitaria nell’organismo e quindi vedere ridimensionato o peggio neutralizzato il loro effetto terapeutico. Il fenomeno dell’immunogenicità può essere o meno clinicamente significativo. La stabilità dei farmaci biotecnologici è un altro aspetto da monitorare attentamente, perché potenzialmente assai variabile.

La produzione di un biosimilare può comportare piccole differenze di struttura, con possibili implicazioni sul profilo di efficacia e sicurezza. In particolare il concetto di medicinale generico (che è per definizione equivalente) non può essere applicato ai biosimilari. E se “biosimilare” non può essere sinonimo di “generico”, è ovvio che le norme legislative vigenti per i farmaci generici non possono essere utilizzate sic et simpliciter per l’immissione in commercio dei farmaci biosimilari.

Date queste premesse, la nozione di equivalenza terapeutica quando si parla di farmaci biologici e biosimilari diventa assai complessa: è stata definita dalla Commissione Unica del Farmaco nel 1999 come la relazione tra farmaci “che, in rapporto all’indicazione terapeutica principale, hanno in comune il meccanismo d’azione e sono caratterizzati da un’efficacia clinica ed un profilo di effetti indesiderati pressoché sovrapponibile”. Ma come giungere a una simile sicurezza nel caso dei biosimilari, superando le criticità sopra esposte?

Sul complesso tema dell’equivalenza farmacologica e terapeutica dei biosimilari abbiamo intervistato Corrado Blandizzi, Professore ordinario di Farmacologia presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa. ▼